Dott. Caglieri Simone

Consulente aziendale, esperto in controllo di gestione

Rassegna stampa

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I principali fatti del giorno in pillole per le imprese: economia, finanza, fisco, procedure fallimentari, consulenza del lavoro e finanziamenti.

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MAGGIO, ALTRO RECORD PER LA CASSA INTEGRAZIONE

Posted on 18 June, 2020 at 8:45

I dati di maggio certificano un nuovo numero monstre per le richieste di cassa integrazione, mentre sul sito dell'Inps si annuncia il via alla possibilità di domandare allo stesso istituto l'anticipo dell'assegno in deroga nella misura del 40% delle spettanze.

Il boom delle ore richieste

Dall'aggiornamento dell'Osservatorio statistico dell'Istituto della previdenza emerge che a maggio l'Inps ha autorizzato 849,2 milioni di ore di cassa integrazione con causale Covid 19, in linea con quelle autorizzate per aprile (832,4 milioni). Le ore autorizzate nel mese di maggio con causale "emergenza sanitaria covid-19" - precisa l'Istituto - si riferiscono interamente al decreto Cura Italia (e quindi sono solo le prime nove previste). In due mesi si sono superati i 1,68 miliardi di ore, record assoluto per la cassa integrazione.

Il settore che ha fatto più ricorso alla cassa è stato il commercio con 184 milioni di ore (92,4 delle quali per cassa in deroga) seguito dalle attività immobiliari, di noleggio e servizi alle imprese (146 milioni di ore autorizzate) e da alberghi e ristoranti (134,89 milioni, 50,1 dei quali per cassa in deroga e 86,79 con l'assegno dei fondi di solidarietà ).

Numeri che fanno il paio con quelli osservati nello studio dedicato al precariato, dal quale emerge che le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nei primi tre mesi del 2020 sono state 1.338.000 con un calo rispetto al primo trimestre del 2019 del 24%. La contrazione è risultata particolarmente rilevante nel mese di marzo (-37,8%), per effetto dell'emergenza legata alla pandemia Covid-19.

Tutte le tipologie contrattuali sono state interessate al calo: per i contratti a tempo indeterminato la variazione netta (attivazioni più trasformazioni meno cessazioni) è stata positiva per 146.283 unità a fronte delle 238.541 dello stesso periodo del 2019 (-38,68%).

L'anticipo del 40% della cigd

Al di là dei numeri che fotografano la gravità della situazione, un messaggio dell'Inps dice che da oggi sarà possibile fare domanda per la cassa integrazione in deroga con pagamento diretto dell'Inps con anticipo del 40% delle spettanze. Uno degli effetti del decreto Rilancio, che fa venire meno anche la mediazione delle Regioni per la presentazione delle domande.

"Oggi - si legge - saranno rilasciate le funzionalità relative alla nuova domanda Inps di richiesta della cassa integrazione in deroga, quelle relative alla domanda di anticipazione da parte dell'Inps dei trattamenti di integrazione salariale richiesti dall'azienda con pagamento diretto, nonché la nuova versione della procedura "Nuova gestione dell'istruttoria per domande Cigo"

Il decreto Rilancio - ricorda l'Inps - ha esteso il periodo di cig e assegno ordinario per l'emergenza Covid dalle 9 settimane previste dal decreto Cura Italia a 18 settimane complessive. Un successivo provvedimento, appena emanato il 16 giuigno, ha quindi previsto la possibilità di anticipare fin da subito le quattro settimane (del secondo pacchetto di nove) di cassa, previste inizialmente per settembre-ottobre per ragioni di copertura. "La durata massima dei trattamenti cumulativamente riconosciuti - ribadisce l'Inps - non può, in ogni caso, superare le diciotto settimane complessive".

Come ricostruito da Repubblica, l'anticipo della cassa di settembre si è reso necessario perché circa1 milione di lavoratori su 5,9 milioni messi in cassa oltre le 9 settimane iniziali sarebbero rimasti privi di copertura.

Coloro che non abbiano fruito per intero delle pregresse nove settimane possono chiedere di completarne la fruizione o, nel caso in cui l'autorizzazione originaria abbia riguardato un numero di settimane inferiore a nove, la concessione di quelle residue. Con la stessa domanda potrà essere contestualmente richiesta la concessione delle ulteriori settimane, fino a un massimo di quattordici complessive (9 + 5).

Le istanze relative alle richieste dei trattamenti di cassa integrazione ordinaria e assegno ordinario per un massimo di quattordici settimane complessive nel periodo dal 23 febbraio 2020 al 31 agosto 2020 - sottolinea l'Istituto - possono già essere inviate dai datori di lavoro.

Le domande di cassa integrazione devono essere inviate, a pena di decadenza, entro la fine del mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il periodo di sospensione o di riduzione dell'attività lavorativa. Per consentire un graduale adeguamento al nuovo regime, il decreto 52/2020 stabilisce che, in sede di prima applicazione della norma, i termini sono spostati al 17 luglio 2020 (trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore del decreto-legge) se questa data è posteriore a quella prevista per la scadenza dell'invio delle domande. Le istanze riferite ai periodi di sospensione o riduzione dell'attività lavorativa che hanno avuto inizio nel periodo ricompreso tra il 23 febbraio 2020 e il 30 aprile 2020 devono essere inviate, a pena di decadenza, entro il 15 luglio 2020.

Per la domanda di cassa integrazione in deroga all'Inps per le ulteriori cinque settimane il datore di lavoro dovrà aver avuto l'autorizzazione per le prime nove settimane dalle Regioni. L'applicativo per la presentazione della domanda di cig in deroga all'Inps sarà rilasciato oggi. Le domande dovranno riguardare periodi sospensione dell'attività a partire dal 26 aprile.


FONTE: LA REPUBBLICA



BONOMI: RESTITUITE ALLE AZIENDE I SOLDI DELLE TASSE NON DOVUTE

Posted on 18 June, 2020 at 8:10

Tre «priorità trasversali» per ripartire: un Paese più efficiente, una migliore spesa pubblica, un piano per la riduzione del debito. Dopo settimane di tensioni con il governo Carlo Bonomi arriva agli Stati generali con una proposta. Giuseppe Conte l’aveva invitato ad andare oltre «la richiesta di meno tasse» e così ha fatto. Nessuno ha ancora capito cosa resterà degli appuntamenti fra gli stucchi di villa Pamphili. Il leader di Confindustria, il meno filogovernativo degli ultimi vent’anni, riconosce comunque al governo di lavorare in condizioni difficili. Con lui c’è il direttore generale uscente dell’organizzazione Marcella Panucci, dall’altra parte del tavolo Conte e Roberto Gualtieri. Bonomi ci tiene a usare – così raccontano i presenti – «il linguaggio della franchezza». Ha con sé una cruda lista di fatti. Il primo: l’Italia era l’unico Paese europeo in quasi recessione prima del virus. Alla fine del 2019 era ancora l’unico del Continente a dover recuperare quasi quattro punti di Pil dal 2008. Ancora: per anni in Italia si è privilegiata la spesa corrente e «una infinità di bonus» rispetto alla necessità – mai presa sul serio – degli investimenti pubblici e delle riforme strutturali. Si dirà: il Covid ha risvegliato tutti dal sonno. Macché, lamenta Bonomi: le misure per attutire gli effetti del lockdown sono state «più problematiche che altrove». Il capo degli industriali porta il caso dei ritardi nella erogazione della cassa integrazione, «in gran parte anticipata dalle imprese» (accusa diretta al presidente dell’Inps) o i tempi lunghi per la liquidità garantita dalle banche. Per questo il capo degli industriali chiede – li chiama così – «gesti simbolici» al governo: restituire i 3,4 miliardi di accise sull’energia che una sentenza della Cassazione imporrebbe di restituire; accelerare i tempi per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione; accelerare la restituzione dei crediti Iva, per i quali normalmente le aziende attendono sessanta mesi.

 

Le ultime decisioni dell’Europa sono «un’occasione storica» da non sprecare. Francia e Germania hanno accettato di mobilitare ciò che rifiutarono nel 2008 e nel 2011. Secondo i calcoli di Confindustria l’Italia avrà a disposizione misure pari a un quarto del suo Pil. Invoca l’uso delle risorse del Mes, sconsiglia – come invece propone il numero uno di Intesa Carlo Messina – l’indebitamento con emissioni nazionali, perché ricorrere a titoli esentasse aggraverebbe l’accumulazione di risparmi che vanno dirottati verso le imprese. Bonomi insiste nel dire che avrebbe voluto vedere il governo impegnato in un “cronoprogramma”, «una seria valutazione ex ante delle priorità», non una lista generica di riforme, dal fisco agli ammortizzatori sociali.

 

In attesa di maggior concretezza Bonomi indica tre obiettivi strategici che spera diventino anche quelli del governo. Il primo è la produttività, «di cui in Italia non parla più nessuno da venticinque anni». Poca produttività significa imprese più piccole, meno patrimonializzate, minori investimenti. Occorre un governo capace di visione: politiche attive del lavoro che evitino l’abbraccio mortale del reddito di cittadinanza (qui il riferimento è alla gestione fallimentare di Mimmo Parisi), un piano digitale che ci schiodi dall’essere il quartultimo Paese europeo per l’economia digitale. Ma soprattutto: una spesa pubblica migliore e un piano per la riduzione del debito pubblico. Perché il paracadute della Banca centrale europea – oggi il principale acquirente del debito italiano – non resterà aperto all’infinito. E il giorno in cui si chiuderà rischiamo di precipitare nel vuoto.


FONTE: LA STAMPA



BONUS BICICLETTE E MOBILITA'

Posted on 10 June, 2020 at 14:45

Il D.L. Rilancio ha previsto l'introduzione di due benefici per i contribuenti:

- Bonus acquisto veicoli o servizi di mobilità individuale. E' un contributo sull’acquisto di biciclette, monopattini o altri veicoli o servizi di locomozione individuale per il periodo dal 04/05/2020 al 31/12/2020. Il bonus ammonta al 60% della spesa di acquisto nel limiti massimo € 500 e vi possono beneficiare i residenti maggiorenni nei capoluoghi di regione, nelle città metropolitane, nei capoluoghi di provincia o nei comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti;

- Bonus mobilità. E' un contributo sull’acquisto di abbonamenti al trasporto pubblico o di mezzi / servizi di locomozione individuale (abbonamento a servizi pubblici o biciclette) concesso a fronte della rottamazione di un veicolo inquinante dal 01/01/2021 al 31/12/2021. Il beneficio - applicabile solamente ai residenti nei comuni interessati da procedure di infrazione in materia di qualità dell’aria - ammonta ad € 1.500 per la rottamazione dell'auto ed € 500 per la rottamazione di motoveicoli. Per "veicoli inquinanti" si intende le autovetture omologate fino alla classe EURO 3 e motocicli omologati fino alla classe Euro 2 o Euro 3 se a due tempi.


Dott. Caglieri Simone



IN DIRITTURA D'ARRIVO L'ISTANZA PER IL CONTRIBUTO A FONDO PERDUTO

Posted on 10 June, 2020 at 13:15

Con riferimento alla bozza del modello e delle relative istruzioni per la richiesta del contributo a fondo perduto di cui all’art. 25 del DL 34/2020, che dovrà essere presentato all’Agenzia delle Entrate entro 60 giorni dalla data di avvio della procedura telematica, la trasmissione telematica dei dati contenuti nell’istanza può avvenire mediante l’applicazione desktop telematico o il servizio web disponibile nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate.

Nel caso in cui l’ammontare del contributo sia superiore a 150.000,00 euro, il modello firmato digitalmente deve essere inviato tramite PEC.

Tra le indicazioni contenute nelle bozze di istruzioni, si segnalano le seguenti: 

- il contributo non spetta nel caso in cui la partita IVA del richiedente sia stata attivata dopo il 30.4.2020, poiché la norma stabilisce che il contributo è finalizzato a sostenere i soggetti colpiti dall’emergenza epidemiologica;

- nel modello occorre barrare la casella corrispondente alla soglia di ricavi/compensi 2019. Ai fini della determinazione di tale soglia, occorre fare riferimento ai campi della dichiarazione dei redditi 2020 (relativa al 2019), riportati in una tabella nelle istruzioni.


FONTE: EUTEKNE



VACANZE, SOLO IL 20 PER CENTO DEGLI ITALIANI LE STA PROGRAMMANDO

Posted on 10 June, 2020 at 9:40

Pochi (e soprattutto giovani) si sentono sicuri in questo momento tanto da prendere un aereo o programmare le vacanze estive. Gli effetti del Coronavirus continuano a rallentare il turismo, un settore fortemente colpito dalla pandemia durante il «lockdown» ma che anche ora, con i viaggi effettivamente ripartiti e l’estate alle porte, stenta a riprendere vigore. Solo il 26% degli italiani si sentirebbe sicuro a prendere un aereo oggi e questa percentuale sale appena di due punti se si considera la fascia dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Questi i principali risultati di «From now on: Come cambierà la Customer Experience negli aeroporti nel mondo post Covid-19» a cura di Deloitte.

 

Il calo del turismo

Le restrizioni agli spostamenti e ai viaggi, volte a contenere la diffusione dei contagi e l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria su scala globale, hanno portato ad un drastico calo dei volumi di passeggeri negli aeroporti, in Italia così come nel resto d’Europa. Dai dati pubblicati da Assoaeroporti, nel primo trimestre di quest’anno gli aeroporti italiani hanno registrato un calo di passeggeri pari al -31,8% anno su anno, per un numero complessivo pari a 25,6 milioni di passeggeri; il calo più significativo si è registrato in concomitanza con l’inizio della fase di lockdown, a marzo, con un calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente del -85,1%, per un volume complessivo di poco più di 2 milioni di passeggeri, contro i 14 milioni di marzo 2019.

 

 

I timori

Ma i flussi turistici stentano a ripartire. E il primo freno è proprio la preoccupazione per la salute: il 44% degli italiani mostra timori per la propria salute e il 58% dichiara di preoccuparsi per il benessere dei propri familiari. Nonostante l’estate sia alle porte, solo il 20% degli italiani sta pianificando attivamente le proprie vacanze ricercando voli ed hotel: il 30% dei giovani tra i 18 e i 34 anni sembra più propenso a non rinunciare alle vacanze, contro un 13% di chi ha più di 55 anni. Quanti sono oggi gli italiani disposti a volare? Solo il 20% su scana nazionale e il 14% su scala internazionale.


FONTE: CORRIERE DELLA SERA



BICICLETTE, IL BONUS SPINGE LE VENDITE: + 60 PER CENTO A MAGGIO

Posted on 10 June, 2020 at 8:50

Boom di acquisti di biciclette dopo la fine del lockdown in Italia. Stando ai dati di Confindustria Ancma, associazione nazionale ciclo motociclo e accessori, dalla riapertura dei negozi a oggi le vendite di bici tradizionali e a pedalata assistita hanno segnato un +60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un aumento di circa 200mila pezzi venduti solo in maggio sul 2019.

 

Oltre mezzo milione di pezzi in più

Sono così salite a circa 540.000 le biciclette acquistate dagli italiani dopo il periodo di lockdown. Secondo Ancma, gli incentivi introdotti dal Governo hanno «rivitalizzato in modo significativo il mercato», che «cresce anche al fuori delle restrizioni individuate dalle misure del Governo (capoluoghi di Regione e di Provincia anche sotto i 50mila abitanti, nei Comuni con popolazione superiore a 50mila abitanti e nei comuni delle Città metropolitane), interessando così in modo omogeneo anche territori meno popolosi».

Effetto incentivi, ma non solo

L’associazione sottolinea inoltre che «l’interesse e la domanda attorno alla bicicletta crescono a prescindere dagli incentivi», motivo per cui la richiesta alle istituzioni è «cogliere questa occasione per investire su un’infrastrutturazione ciclabile finalmente più capillare, sicura, equilibrata e rispettosa degli interessi di tutti gli utenti della strada».

 

Ancma monitorerà «la reale applicazione del bonus, affinché non sia per i consumatori e i rivenditori una corsa ad ostacoli o, peggio, contro il tempo».


FONTE: SOLE24ORE



ISTAT, IL COVID FA CROLLARE LA SPESA DELLE FAMIGLIE

Posted on 10 June, 2020 at 8:00

La pandemia e il lockdown che ne è seguito hanno drasticamente ridotto la spesa delle famiglie nel primo quarto dell'anno. "Le stime preliminari del primo trimestre 2020 mostrano che le misure di contenimento della diffusione del Covid-19 hanno prodotto un calo di circa il 4% della spesa media mensile rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente", ha messo in evidenza l'Istat in un report sui consumi. In particolare, si sottolinea, "la marcata riduzione dell'offerta e della domanda commerciale al dettaglio ha determinato una flessione delle spese diverse da quelle per prodotti alimentari e per l'abitazione di oltre il 12% rispetto al primo trimestre 2019".

Nel 2019 spesa media di 2.560 euro, calo in termini reali

L'indagine, concentrata soprattutto sull'anno passato, rileva poi che 2019, la stima della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è stata di 2.560 euro mensili in valori correnti, "sostanzialmente invariata" rispetto al 2018 (-0,4%) e "sempre lontana dai livelli del 2011 (2.640 euro mensili), cui avevano fatto seguito due anni di forte contrazione non recuperata negli anni successivi". Il, dato però peggiora se si considera il leggero aumento di prezzi che quindi fa calare in termini reali il valore rievato. Con questa lettura la spesa media mensile delle famiglie, nel 2019 cala dell'1,0%, "diminuendo per il secondo anno consecutivo dopo la moderata dinamica positiva osservata dal 2014 al 2017".

Mutuo per una famiglia su cinque che vive in casa di proprietà

Sempre con riferimento al 2019, paga un mutuo il 19,7% delle famiglie che vivono in abitazioni di proprietà. Quasi una su cinque, per un totale di circa 3,7 milioni. "Dal punto di vista economico e contabile, questa voce di bilancio è un investimento, e non rientra quindi nel computo della spesa per consumi; ciononostante, per le famiglie che lo sostengono rappresenta - scrive l'Istituto - un esborso consistente e pari, in media, a 545 euro mensili".


FONTE: LA REPUBBLICA



ANNO 2020, IL CIGNO NERO DELLE AUTO

Posted on 9 June, 2020 at 8:45

Le previsioni convergono ormai tutte a livello internazionale. Qualche giorno fa Giorgio Marsiaj, a capo dell’associazione delle aziende metalmeccaniche Amma e fondatore della Sabelt, fornitore di cinture sicurezza del mondo auto, aveva rilevato al Corriere della Sera che «dalla sera alla mattina, questo 2020 ci regalerà 20 milioni di auto in meno prodotte in tutto il mondo. In proporzione significa cancellare tutto il mercato europeo sommando due volte i volumi della Germania. Questa pandemia per i manager dell’auto significa disaster case…».

E ora converge anche la società di consulenza Alix Partners, secondo la quale l’emergenza Covid peserà a fine anno per 19 milioni di auto vendute a livello mondiale, con un calo del 20%, pari al doppio rispetto alla crisi del 2008/2009. Lo strategist Dario Duse di Alix Partners nel suo «Global Automotive Outlook» del 2020, spiega che «le vendite scenderanno a 70,5 milioni tra vetture e veicoli commerciali leggeri», ma in caso di un ritorno dei contagi nell’ultima parte dell’anno, si potrebbe scendere fino a 66 milioni. Un calo che, a suo dire «sarà recuperato in un quinquennio». «L’industria - ha aggiunto - si era tarata tra i 90 e i 93 milioni di veicoli nel 2018 e nel 2019 e la ripresa sarà a due velocità». Globalmente si perderanno 44 milioni di veicoli nei prossimi 3 anni, con 1.300 miliardi di fatturato e 220 miliardi di profitti in meno per l’intera industria.

La Cina, che scenderà a fine anno a 23 milioni, ritornerà a quota 26 milioni nel 2023 e a 28 milioni nel 2025, mentre l’Europa scenderà a fine anno da 21 a 14 milioni. Qui la ripresa sarà più lenta con volumi leggermente inferiori. Nel 2023 si raggiungeranno i 20 milioni contro gli oltre 21milioni pre-Covid. In mezzo c’è il Nord America, con volumi che torneranno ai livelli pre-crisi. Quanto all’Italia, il mercato perderà il 43% scendendo a 1,2 milioni di vetture contro i 2,1 del 2019 e, in assenza di nuovi stimoli, arriverà a 2 milioni di veicoli, in linea con le previsioni europee.


FONTE: LA REPUBBLICA



IMMOBILE SENZA AGIBILITA', CONTRATTO DI LOCAZIONE SALVO

Posted on 9 June, 2020 at 8:35

La mancanza del certificato di agibilità dell'immobile non è causa di risoluzione del contratto di locazione a uso non abitativo. In questi casi grava infatti sul conduttore l'onere di verificare che le caratteristiche del bene siano adeguate a quanto tecnicamente necessario per lo svolgimento dell'attività che vi si intende esercitare, ivi incluso il rilascio delle necessarie autorizzazioni amministrative. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Corte di cassazione nella recente sentenza n. 9670 dello scorso 26 maggio 2020, pronunciandosi su una questione che ricorre spesso nella pratica e che presenta varie sfaccettature.

 

Il caso concreto. Nella specie l'esercente di un'attività di lavanderia aveva citato in giudizio la società che gli aveva locato un immobile a uso commerciale per ottenere la risoluzione del contratto a causa della mancata consegna del certificato di agibilità e per il fatto che i locali in questione risultavano inutilizzabili per la presenza di consistenti problemi di umidità. Il tribunale aveva rigettato la domanda di risoluzione, ritenendo che l'agibilità fosse un'autorizzazione amministrativa che avrebbe dovuto essere richiesta dal conduttore, in quanto necessaria allo svolgimento della sua attività.

 

La sentenza era stata prontamente appellata, ma anche il giudice di secondo grado aveva ritenuto che il certificato in questione rientrasse tra i titoli autorizzativi connessi all'esercizio dell'attività che era onere del conduttore richiedere, a meno che il locatore non avesse assunto specificamente tale obbligo nel contratto.

 

Di qui il ricorso in Cassazione, nel quale il conduttore contestava la violazione o falsa applicazione di norme di diritto e nello specifico dell'art. 24 del dpr n. 380/2001 e dell'art. 1578 c.c..

 

Infatti laddove al momento della consegna il bene locato presenti vizi che ne diminuiscono in modo apprezzabile l'idoneità all'uso pattuito, il conduttore può domandare la risoluzione del contratto, a meno che si tratti di vizi conosciuti o facilmente conoscibili (ma nella specie, aveva sottolineato il ricorrente, nessuna disposizione menzionava la mancanza del certificato di agibilità, pur essendo manifesta la destinazione dei locali).

 

Sempre secondo il ricorrente, doveva inoltre tenersi conto anche di quell'articolo del contratto di locazione nel quale il locatore dichiarava che i beni locati erano in regola con tutte le normative di legge, avendo chiesto regolare autorizzazione in condono edilizio, in quanto ciò avrebbe comportato l'assunzione di una garanzia in ordine alla destinazione e all'utilizzo dell'immobile.

 

 

L'agibilità dell'immobile. Il dpr n. 308/2001, Testo unico in materia edilizia, all'art. 24, come modificato dal successivo dlgs n. 222/2016, dispone che per gli immobili edificati successivamente al 30 giugno 2003 la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente, nonché la conformità dell'opera al progetto presentato e la sua agibilità debbano essere attestati mediante segnalazione certificata.

 

Ai fini dell'agibilità, entro quindici giorni dall'ultimazione dei lavori di finitura dell'intervento, il soggetto titolare del permesso di costruire o il soggetto che ha presentato la segnalazione certificata di inizio di attività o i loro successori o aventi causa è quindi tenuto a presentare allo sportello unico per l'edilizia la segnalazione certificata, qualora si tratti di nuove costruzioni, ricostruzioni o sopraelevazioni, totali o parziali, oppure interventi sugli edifici esistenti che possano influire sulle condizioni di agibilità. La mancata presentazione della segnalazione comporta l'applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da euro 77 a euro 464.

 

Cosa succede al contratto di locazione se manca l'agibilità? Nella recentissima sentenza n. 9670/2020 la Suprema corte, rigettando il ricorso del conduttore e confermando quindi la sentenza di merito, ha richiamato un precedente (Cass. civ., sez. III, 25 gennaio 2011, n. 1735) secondo il quale nei contratti di locazione relativi a immobili destinati a uso non abitativo grava sul conduttore l'onere di verificare che le caratteristiche del bene siano adeguate a quanto tecnicamente necessario per lo svolgimento dell'attività che il medesimo intende esercitarvi, nonché al rilascio delle necessarie autorizzazioni amministrative.

 

Di conseguenza, qualora il conduttore non riesca a ottenerle, non è configurabile alcuna responsabilità per inadempimento a carico del locatore.

 

Questo principio è stato confermato anche da altre decisioni nel corso degli ultimi anni (si vedano Cass. civ. sez. III, 14 agosto 2014, n. 17986 e Cass. civ., sez. III, 7 giugno 2018, n. 14731) e può dirsi ormai prevalente rispetto all'opposto principio dell'imputabilità al locatore dell'inadempimento contrattuale, con conseguente risoluzione del contratto ex art. 1578 c.c. (pure sostenuto, da ultimo, in Cass. civ., sez. III, 7 giugno 2011, n. 12286).

 

La destinazione particolare dell'immobile, sempre secondo la giurisprudenza di legittimità, diventa comunque rilevante nel caso in cui le condizioni dell'immobile abbiano formato oggetto di specifica pattuizione tra le parti, ovvero quando il locatore si sia obbligato a garantire che il bene potesse essere effettivamente destinato all'attività svolta dal conduttore.

 

Tuttavia, perché possa dirsi sussistente detta obbligazione, non è sufficiente la mera enunciazione nel contratto del fatto che la locazione sia stipulata per un certo uso e l'attestazione del riconoscimento dell'idoneità dell'immobile da parte del conduttore (sul punto si veda anche Cass. civ., sez. III, 8 giugno 2007, n. 13395).

 

In aderenza a questo principio di diritto la Suprema corte, nella predetta sentenza n. 9670/2020, ha quindi ritenuto infondato il ricorso del conduttore anche da questo punto di vista.

 

Occorre inoltre rilevare come in alcune sentenze di legittimità sia stata operata una differenziazione tra il caso in cui manchi la certificazione di agibilità dell'immobile (ma la stessa possa essere richiesta) e quello in cui la medesima non sia comunque ottenibile per difetti intrinseci del bene.

 

E così in Cass. civ., sez. III, 26 giugno 2016, n. 15377, è stato evidenziato che nella locazione di immobili per uso diverso da quello abitativo, convenzionalmente destinati a una attività il cui esercizio richieda specifici titoli autorizzativi dipendenti anche dalla situazione edilizia del bene (abitabilità dello stesso e sua idoneità all'esercizio di un'attività commerciale), l'inadempimento del locatore può configurarsi quando la mancanza di tali titoli dipenda da carenze intrinseche o da caratteristiche proprie del bene locato, sì da impedire in radice il rilascio degli atti amministrativi necessari (si veda anche Cass. civ., sez. III, 20 agosto 2018, n. 20796).

 

Nella recentissima sentenza n. 9670/2020 la Suprema corte, mostrando consapevolezza della questione, ha tuttavia sottolineato come nel caso di specie non fosse stato neppure dedotto dal ricorrente che la certificazione non fosse stata rilasciata a cause delle caratteristiche proprie del bene locato, atteso che il medesimo aveva lamentato solo il fatto che il certificato di agibilità non gli fosse stato consegnato dal locatore.


FONTE: ITALIAOGGI



ECCO IL PIANO DI COLAO PER RILANCIARE L'ITALIA

Posted on 9 June, 2020 at 8:15

Due mesi di lavoro. E il piano della task force guidata da Vittorio Colao è arrivato sul tavolo del premier Giuseppe Conte. Un lavoro lungo corredato da oltre cento schede e 121 pagine di analisi divise in sei grandi aree di intervento: imprese e lavoro come «motore dell'economia»; infrastrutture e ambiente come «volano del rilancio», turismo arte e cultura come «brand del Paese»; una Pubblica amministrazione «alleata di cittadini e imprese»; istruzione, ricerca e competenze «fattori chiave per lo sviluppo». E infine ma non per ultimo, il tema delle famiglie e degli individui «in una società più inclusiva e equa». Tra i punti principali del dossier, intitolato «Iniziative per il rilancio 2020-2022», c’è l’indicazione di derogare alle responsabilità penali dei datori di lavoro se un dipendente si ammala di coronavirus e di «introdurre una defiscalizzazione temporanea delle maggiorazioni previste» per le indennità di turni aggiuntivi, straordinari, lavoro festivo e notturno, legate agli obblighi di sicurezza o per recuperare la produzione persa durante il lockdown. Tanti, naturalmente, gli spunti e le riflessioni messe in campo: dalle opportunità offerte dal 5G, a partire dal tema della digitalizzazione, dall’economia circolare fino all’incentivazione di alcune università per «specializzarsi nell’offrire lauree professionalizzanti. Quindi, il nodo del lavoro e la proposta di due sanatorie: la prima per l’emersione dei lavoratori in nero in alcuni settori con un mix di premialità, paletti né sanzioni; la seconda per la regolarizzazione del contante derivante da redditi non dichiarati con il pagamento di un’imposta sostitutiva e l’obbligo di investire una somma tra il 40 per cento e il 60 per cento per cinque anni in strumenti di supporto al Paese.

Condono per il “nero” e moneta elettronica

Il primo capitolo è spesso una raccolta di idee di buon senso per le quali non era necessario scomodare cotanti esperti: allungare ulteriormente le scadenze fiscali, il pagamento rapido dei fornitori della pubblica amministrazione, il rinnovo dei contratti a termine per tutto il 2020. In questo capitolo spicca però una scheda. Si tratta di una proposta avanzata varie volte dalla politica e respinta sempre a pernacchie: la regolarizzazione del contante non dichiarato. I numeri sono imbarazzanti: 170 miliardi di economia sommersa e 33 miliardi di evasione Iva l’anno, l’85 per cento di operazioni in contante (siamo ventritreesimi su ventisette per transazioni con moneta elettronica). Il dettaglio più gustoso è la constatazione che «il numero delle banconote da cinquecento euro versato nelle banche italiane è di molto superiore a quanto le stesse hanno distribuito in pezzi da quel taglio». La task force propone il pagamento di un’imposta sostitutiva per l’emerso e l’obbligo di reinvestire una parte della cifra (circa la metà) in Italia. Matteo Renzi – fiero sostenitore dell’idea – oggi si sentirà meno solo.

 

Codice degli appalti da semplificare

Anche il secondo capitolo è una collezione di titoli noti, ma poiché in Italia passare dalle parole ai fatti è l’impresa più ardua, repetita iuvant: semplificazioni, sviluppo della fibra ottica e del 5G, investimenti contro il dissesto idrogeologico. La scheda 22 mette il dito nella piaga di una questione che in questi giorni divide il governo: la revisione del codice degli appalti. La task force di Colao prende chiaramente posizione a favore di un «superamento» e della «complessiva riscrittura» del testo. Con un però che suona pilatesco: «Norme speciali o emergenziali e commissariamenti non danno risultati positivi concreti se non in casi condizionati da alti livelli di pressione sociale (vedi Expo 2015 e Ponte di Genova)». C’è di più: «La riscrittura del codice richiede un tempo non breve, con la probabile costituzione di esperti che mal si concilia con la necessità di rilancio immediato delle infrastrutture». Il sottotesto è: caro Conte, non immaginare rivoluzioni in due settimane perché faresti pasticci.

 

Più catene di alberghi per attirare visitatori

 

La terza parte si apre con un titolo rimasto senza scheda: «Piano di difesa della stagione 2020». Peccato perché il governo sembra un po’ a corto di idee. Il punto 49 affronta un tema tabù, e normalmente oggetto di discussione solo fra gli esperti del settore: nel turismo il piccolo non è bello per niente. In Italia ci sono trentaseimila strutture alberghiere gestite da trentaquattromila proprietari. A differenza della Spagna (e non solo) «non esistono catene alberghiere su scala nazionale». Trovare la pensione «Ramona» a Rimini può suonare piacevole ai nostalgici degli anni Sessanta, ma è il segno di un Paese in cui la frammentazione disincentiva gli investimenti. In Italia «ci sono aree e borghi di grande valore storico non adeguatamente valorizzati». Vedere molte insegne della catena Paradores sembrerà poco romantico, ma grazie alle grandi catene in Spagna vengono anche recuperati conventi e castelli che nella provincia italiana cade spesso a pezzi.

Giudicare i dirigenti in base agli obiettivi

Perché in Italia la burocrazia è un problema più endemico di una pandemia? Anche qui bisogna dare atto alla task force di aver detto cose non popolarissime. La prima ragione: «L’eccesso di norme». E fin qui, tutti d’accordo salvo fare sempre il contrario. Più interessante la seconda: «La burocrazia difensiva» ovvero «l’atteggiamento per il quale in situazioni di incertezza si evitano rischi (legali, ndr) non concludendo il procedimento o aggravandolo inutilmente». Che so: chiedere una copia cartacea di un documento quando ne basta una digitale. Oppure imporre pareri inutili per parare le terga. Come uscirne? Colao e i suoi propongono soluzioni pratiche. «Legare la responsabilità dirigenziale esclusivamente ai risultati della gestione e alla realizzazione degli obiettivi», come avverrebbe in qualunque azienda privata. Oppure «assicurare i dirigenti per i rischi da danno erariale», «riformare i controlli e permettere ai dirigenti di decidere minimizzando i rischi non connessi a dolo». Probabile la protesta delle anime belle legaliste.

 

Più poli d’innovazione e meno dottarati

l capitolo su istruzione e ricerca si può liberamente riassumere così: basta con l’attaccamento ideologico al pezzo di carta concesso dallo Stato. La task force invoca una maggiore collaborazione fra pubblico e privato. Per «modernizzare il sistema della ricerca», creare «poli di eccellenza scientifica internazionale competitivi», più istruzione professionalizzante (leggasi istituti tecnici) e formazione per gli ordini professionali. Basta soprattutto con il caro e vecchio «dottorato di ricerca», spesso refugium peccatorum per chi ama studiare e solo studiare. Poiché l’alta formazione non può essere solo per chi resta in accademia si propone di passare all’«applied Phd» e venti nuovi corsi in «innovazione delle imprese, almeno quindici dei quali nelle discipline scientifiche». Aiuta sempre la cruda contabilità dei fatti: il dottorato in Italia è scelto dall’1,8 per cento degli studenti, meno della metà di quanto avviene nella media dei ventotto Paesi dell’Unione, dove sono il 3,85 per cento. Probabile la protesta dei puristi della ricerca pubblica.

 

Sostegno psicologico alle famiglie di disabili

Senza benessere non c’è Pil e senza Pil non c’è benessere. L’ultimo capitolo avrebbe potuto essere il primo, se non altro perché una delle grandi emergenze post-Covid è il nostro equilibrio psicologico. Molti suggerimenti non sono nuovi, come un maggior sostegno all’occupazione femminile o la conciliazione dei tempi di vita per chi deve accudire i figli. Si notano invece alcuni numeri di una ricerca dell’Università di Tor Vergata e dell’Aquila a fine lockdown: il 21,8 per cento degli italiani riferisce di «stress elevato», il 20,8 per cento stati d’ansia, il 17,3 per cento depressione, il 7,3 per cento disturbi del sonno. Il maggior disagio è nelle famiglie, eppure prima del Covid solo una su quattro era in grado di ricevere risposte nei servizi pubblici. Aumentare la disponibilità di trattamenti psicoterapeutici costerebbe peraltro poco: la task force stima nel primo anno un investimento fino a cinque milioni di euro per aiutare centomila persone. Un costo inferiore all’ultimo degli enti inutili.


FONTE: LA STAMPA




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