Dott. Caglieri Simone

Consulente aziendale, esperto in controllo di gestione

Rassegna stampa

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ECCO IL PIANO DI COLAO PER RILANCIARE L'ITALIA

Posted on 9 June, 2020 at 8:15

Due mesi di lavoro. E il piano della task force guidata da Vittorio Colao è arrivato sul tavolo del premier Giuseppe Conte. Un lavoro lungo corredato da oltre cento schede e 121 pagine di analisi divise in sei grandi aree di intervento: imprese e lavoro come «motore dell'economia»; infrastrutture e ambiente come «volano del rilancio», turismo arte e cultura come «brand del Paese»; una Pubblica amministrazione «alleata di cittadini e imprese»; istruzione, ricerca e competenze «fattori chiave per lo sviluppo». E infine ma non per ultimo, il tema delle famiglie e degli individui «in una società più inclusiva e equa». Tra i punti principali del dossier, intitolato «Iniziative per il rilancio 2020-2022», c’è l’indicazione di derogare alle responsabilità penali dei datori di lavoro se un dipendente si ammala di coronavirus e di «introdurre una defiscalizzazione temporanea delle maggiorazioni previste» per le indennità di turni aggiuntivi, straordinari, lavoro festivo e notturno, legate agli obblighi di sicurezza o per recuperare la produzione persa durante il lockdown. Tanti, naturalmente, gli spunti e le riflessioni messe in campo: dalle opportunità offerte dal 5G, a partire dal tema della digitalizzazione, dall’economia circolare fino all’incentivazione di alcune università per «specializzarsi nell’offrire lauree professionalizzanti. Quindi, il nodo del lavoro e la proposta di due sanatorie: la prima per l’emersione dei lavoratori in nero in alcuni settori con un mix di premialità, paletti né sanzioni; la seconda per la regolarizzazione del contante derivante da redditi non dichiarati con il pagamento di un’imposta sostitutiva e l’obbligo di investire una somma tra il 40 per cento e il 60 per cento per cinque anni in strumenti di supporto al Paese.

Condono per il “nero” e moneta elettronica

Il primo capitolo è spesso una raccolta di idee di buon senso per le quali non era necessario scomodare cotanti esperti: allungare ulteriormente le scadenze fiscali, il pagamento rapido dei fornitori della pubblica amministrazione, il rinnovo dei contratti a termine per tutto il 2020. In questo capitolo spicca però una scheda. Si tratta di una proposta avanzata varie volte dalla politica e respinta sempre a pernacchie: la regolarizzazione del contante non dichiarato. I numeri sono imbarazzanti: 170 miliardi di economia sommersa e 33 miliardi di evasione Iva l’anno, l’85 per cento di operazioni in contante (siamo ventritreesimi su ventisette per transazioni con moneta elettronica). Il dettaglio più gustoso è la constatazione che «il numero delle banconote da cinquecento euro versato nelle banche italiane è di molto superiore a quanto le stesse hanno distribuito in pezzi da quel taglio». La task force propone il pagamento di un’imposta sostitutiva per l’emerso e l’obbligo di reinvestire una parte della cifra (circa la metà) in Italia. Matteo Renzi – fiero sostenitore dell’idea – oggi si sentirà meno solo.

 

Codice degli appalti da semplificare

Anche il secondo capitolo è una collezione di titoli noti, ma poiché in Italia passare dalle parole ai fatti è l’impresa più ardua, repetita iuvant: semplificazioni, sviluppo della fibra ottica e del 5G, investimenti contro il dissesto idrogeologico. La scheda 22 mette il dito nella piaga di una questione che in questi giorni divide il governo: la revisione del codice degli appalti. La task force di Colao prende chiaramente posizione a favore di un «superamento» e della «complessiva riscrittura» del testo. Con un però che suona pilatesco: «Norme speciali o emergenziali e commissariamenti non danno risultati positivi concreti se non in casi condizionati da alti livelli di pressione sociale (vedi Expo 2015 e Ponte di Genova)». C’è di più: «La riscrittura del codice richiede un tempo non breve, con la probabile costituzione di esperti che mal si concilia con la necessità di rilancio immediato delle infrastrutture». Il sottotesto è: caro Conte, non immaginare rivoluzioni in due settimane perché faresti pasticci.

 

Più catene di alberghi per attirare visitatori

 

La terza parte si apre con un titolo rimasto senza scheda: «Piano di difesa della stagione 2020». Peccato perché il governo sembra un po’ a corto di idee. Il punto 49 affronta un tema tabù, e normalmente oggetto di discussione solo fra gli esperti del settore: nel turismo il piccolo non è bello per niente. In Italia ci sono trentaseimila strutture alberghiere gestite da trentaquattromila proprietari. A differenza della Spagna (e non solo) «non esistono catene alberghiere su scala nazionale». Trovare la pensione «Ramona» a Rimini può suonare piacevole ai nostalgici degli anni Sessanta, ma è il segno di un Paese in cui la frammentazione disincentiva gli investimenti. In Italia «ci sono aree e borghi di grande valore storico non adeguatamente valorizzati». Vedere molte insegne della catena Paradores sembrerà poco romantico, ma grazie alle grandi catene in Spagna vengono anche recuperati conventi e castelli che nella provincia italiana cade spesso a pezzi.

Giudicare i dirigenti in base agli obiettivi

Perché in Italia la burocrazia è un problema più endemico di una pandemia? Anche qui bisogna dare atto alla task force di aver detto cose non popolarissime. La prima ragione: «L’eccesso di norme». E fin qui, tutti d’accordo salvo fare sempre il contrario. Più interessante la seconda: «La burocrazia difensiva» ovvero «l’atteggiamento per il quale in situazioni di incertezza si evitano rischi (legali, ndr) non concludendo il procedimento o aggravandolo inutilmente». Che so: chiedere una copia cartacea di un documento quando ne basta una digitale. Oppure imporre pareri inutili per parare le terga. Come uscirne? Colao e i suoi propongono soluzioni pratiche. «Legare la responsabilità dirigenziale esclusivamente ai risultati della gestione e alla realizzazione degli obiettivi», come avverrebbe in qualunque azienda privata. Oppure «assicurare i dirigenti per i rischi da danno erariale», «riformare i controlli e permettere ai dirigenti di decidere minimizzando i rischi non connessi a dolo». Probabile la protesta delle anime belle legaliste.

 

Più poli d’innovazione e meno dottarati

l capitolo su istruzione e ricerca si può liberamente riassumere così: basta con l’attaccamento ideologico al pezzo di carta concesso dallo Stato. La task force invoca una maggiore collaborazione fra pubblico e privato. Per «modernizzare il sistema della ricerca», creare «poli di eccellenza scientifica internazionale competitivi», più istruzione professionalizzante (leggasi istituti tecnici) e formazione per gli ordini professionali. Basta soprattutto con il caro e vecchio «dottorato di ricerca», spesso refugium peccatorum per chi ama studiare e solo studiare. Poiché l’alta formazione non può essere solo per chi resta in accademia si propone di passare all’«applied Phd» e venti nuovi corsi in «innovazione delle imprese, almeno quindici dei quali nelle discipline scientifiche». Aiuta sempre la cruda contabilità dei fatti: il dottorato in Italia è scelto dall’1,8 per cento degli studenti, meno della metà di quanto avviene nella media dei ventotto Paesi dell’Unione, dove sono il 3,85 per cento. Probabile la protesta dei puristi della ricerca pubblica.

 

Sostegno psicologico alle famiglie di disabili

Senza benessere non c’è Pil e senza Pil non c’è benessere. L’ultimo capitolo avrebbe potuto essere il primo, se non altro perché una delle grandi emergenze post-Covid è il nostro equilibrio psicologico. Molti suggerimenti non sono nuovi, come un maggior sostegno all’occupazione femminile o la conciliazione dei tempi di vita per chi deve accudire i figli. Si notano invece alcuni numeri di una ricerca dell’Università di Tor Vergata e dell’Aquila a fine lockdown: il 21,8 per cento degli italiani riferisce di «stress elevato», il 20,8 per cento stati d’ansia, il 17,3 per cento depressione, il 7,3 per cento disturbi del sonno. Il maggior disagio è nelle famiglie, eppure prima del Covid solo una su quattro era in grado di ricevere risposte nei servizi pubblici. Aumentare la disponibilità di trattamenti psicoterapeutici costerebbe peraltro poco: la task force stima nel primo anno un investimento fino a cinque milioni di euro per aiutare centomila persone. Un costo inferiore all’ultimo degli enti inutili.


FONTE: LA STAMPA



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