Dott. Caglieri Simone

Consulente aziendale, esperto in controllo di gestione e crisi d'impresa

Rassegna stampa

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CREDITO, LA MORATORIA CHE NON C'E'

Pubblicato il 24 novembre 2021 alle 08.20

Le imprese, quelle agricole in particolare, rinunciano a ricorrere alla moratoria straordinaria dei prestiti e delle linee di credito (ex art. 56, comma 2, del dl Cura Italia, prorogata dall'art. 16 del dl Sostegni bis) per non incappare nel credit crunch. Cioè nel blocco dei finanziamenti. Il fenomeno è causato dall'entrata in vigore delle nuove norme di classificazione del rischio imposte dall'EBA, l'Autorità bancaria europea, a seguito della quale diverse banche hanno fatto presente alle aziende richiedenti che il ricorso alla nuova moratoria potrebbe peggiorare il rating della loro posizione presso lo stesso istituto creditizio. Perché?

Per via del nuovo vincolo ricadente dal 15 giugno in capo agli istituti finanziari, che devono classificare chi rinnova la moratoria come «forborne» (l'azienda viene così etichettata se la misura di tolleranza di cui beneficia è accordata ad un debitore che si trova o è in procinto di trovarsi in difficoltà a rispettare i propri impegni finanziari). Tradotto: esser classificati con rating «forborne» indica che c'è una difficoltà finanziaria nell'impresa. E che questa ne causa la richiesta di agevolazioni. Ne consegue che l'essere «forborne» potrebbe cambiare l'atteggiamento della banca nelle sue concessioni.

Il «disincentivo» a richiedere il congelamento delle rate (in base al dl Sostegni bis è possibile per la sola quota capitale e fino a fine 2021) assume, dunque, i contorni della beffa se si pensa che, nelle intenzioni del regolatore europeo, la moratoria potrebbe essere tenuta aperta quantomeno fino al 30 giugno 2022, grazie al recente prolungamento del Temporary framework deciso dalla commissione (si veda ItaliaOggi del 19/11/2021).

Il risultato di tutto ciò è che la quasi totalità delle imprese avrebbe ripreso a pagare il debito, assottigliando ancor di più la propria liquidità. Mentre l'Ue sembra che con una mano dia e con l'altra tolga.

In questo scenario, le aziende agricole – a causa della loro sottocapitalizzazione endemica - son quelle che più rischiano il peggioramento del rating. Non solo: la scure potrebbe piombare su di loro proprio quando vanno a richiedere i prestiti necessari per le colture successive. Le imprese zootecniche, poi, sono quelle più colpite; schiacciate come sono dall'aumento del costo delle materie prime e dalla diminuzione del prezzo del latte, a fine anno sono soggette in genere al rinnovo dei prestiti a breve con cui acquistano i mangimi e provvedono alla gestione aziendale.

Come uscirne? Secondo Giuseppe L'Abbate (deputato M5S in commissione agricoltura): «È importante che l'accordo nazionale sul credito, che accompagna il sistema delle imprese dal 2009 ed è scaduto lo scorso 31 marzo, venga rinnovato il prima possibile». E ancora: «Dobbiamo superare le nuove normative EBA e dare al sistema produttivo del paese un accordo condiviso». Ma c'è di più: oltre alla sospensione, il patto sul credito prevedeva anche la possibilità di prolungare i prestiti, raccordando i rimborsi alle capacità delle imprese. Per questo, rileva L'Abbate: «E' urgente che si apra un dialogo tra le imprese da un lato, ABI e istituti di credito dall'altro, per verificare tutte le possibilità, anche contemplando un diverso quadro di garanzie pubbliche».

Sul piano concreto, per le aziende «forborne» la proposta è di utilizzare la garanzia sussidiaria dello stato (al 33%, a prima richiesta) per la proroga delle intere rate di prestiti – o della sola quota capitale – per i pagamenti scadenti entro 12/18 mesi. Le banche dovrebbero aderire su base volontaria. Le risorse dovrebbero arrivare dal Fondo di garanzia pmi gestito dal Mediocredito centrale o dai fondi stanziati in Manovra 2022 a favore di Ismea.


FONTE: ITALIAOGGI



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